• Questo blog ti farà da “bussola” per “ORIENTarti” tra le diversità e le somiglianze che caratterizzano religione e cultura di Oriente e Occidente

  • 31.1.13
    Intervista esclusiva per la Perfetta Letizia alla giornalista e scrittrice Ilaria Guidantoni

    D – E’ da poco uscito il suo ultimo lavoro dal titolo “Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia”, Albeggi edizioni. Questo libro, pubblicato nell’anniversario della caduta di Ben Alì, si presenta come una fotografia sulla transizione tunisina del post-rivoluzione. A questo punto ci incuriosisce scoprire, dato che anche il suo precedente lavoro aveva la Tunisia come sfondo, quali siano state le ragioni che l’hanno spinta a raccontare di questa nazione, che, diversamente da altri Paesi come l’Egitto, è mediaticamente meno esposta.
    R - Nella sua domanda c’è una parte della risposta: dare voce ad un popolo ignorato perché ‘piccolo’: nemmeno 11 milioni di abitanti, nello spazio di una regione senza grandi risorse naturali. Apparentemente un Paese non interessante per lo scacchiere internazionale, meritevole però di essere raccontato proprio per questo. L’altra ragione fondamentale è che la mia conoscenza diretta e affettiva di un luogo dove ho vissuto. Un giornalista è abituato a scrivere per mestiere, improvvisare se necessario, cogliere al volo gli umori. Se però si decide di scrivere un libro è importante conoscere direttamente e con un certo approfondimento la materia. Infine, questa ragione è in parte legata alla precedente, per fare informazione rispetto al mio paese d’origine l’Italia molto carente in fatto di politica e cultura estera. Al centro del Mediterraneo per secoli ne ha perso memoria. Credo che la Tunisia sia il paese forse più vicino a noi, dopo la Grecia dei tempi antichi – con la quale il legame è ormai ancestrale – non solo per la distanza geografica. Esistono tutta una serie di ragioni dalla storia del dialogo e scontro tra Romani e Cartaginesi, fino ai nostri sapori e cultura culinaria e ancora ad intrecci politici insospettabili, dall’accoglienza degli ebrei livornesi dal 1.600, al movimento partigiano italiano fino al corridoio che ha offerto all’Italia per la Libia, sotto Bin ‘Ali dopo il matrimonio con Leila Trabelsi. Ritengo pertanto che conoscere bene questo paese sia un modo per rileggere l’Italia. Un esempio per tutti: oggi conosciamo la Tunisia soprattutto per l’immigrazione sulle coste di Pantelleria e Lampedusa; nell’Ottocento il flusso era esattamente al contrario. Tanti siciliani, bsal, cipolla – ovvero i mangiatori di cipolla com’erano chiamati affettuosamente dall’altra parta della costa – sono emigrati e sono stati accolti in Tunisia. Prova ne è che il cimitero cattolico di Tunisi raccoglie per lo più nomi italiani, in gran parte siciliani.

    D – Leggendo questo suo lavoro, emerge una realtà che a molti addetti ai lavori, e non solo, appare davvero inconcepibile, vale a dire il desiderio del popolo tunisino di ritrovare la propria identità nella tradizione religiosa. Come spiegare questo fenomeno? Per il raggiungimento di una vera svolta democratica nei Paesi arabi coinvolti dalla “primavera”, come la Tunisia, l’ascesa dei partiti islamisti sembrerebbe un passaggio obbligato…
    R - Non è un passaggio obbligato la religione ma certamente il recupero della propria tradizione, ovvero della memoria, come di ogni lavoro di ricostruzione su se stessi, se paragoniamo un paese ad una persona. E’ una reazione assolutamente comprensibile dopo 23 anni di dittatura oggi individuata come ‘il male’ che si è incarnata in un regime personalistico di stampo laicista che ha avversato la religione. L’Europa stessa – Italia e Francia in prima linea – hanno sostenuto quel tipo di governo: è evidente che oggi la popolazione si possa sentire più tutelata dal richiamo ai valori di fratellanza religiosa. Che da una dittatura si passi all’anarchia – fase in parte superata – per poi tornare alla restaurazione fa parte dei corsi e ricorsi della storia. Starei attenta all’equazione tra Islam e islamismo, tra religione e radicalismo, fra tradizione e pratica della ritualità.

    D – Scorrendo le pagine del libro, imbattendosi nei sogni, nelle speranze, nei sentimenti e soprattutto nelle contraddizioni dei protagonisti di questa società in trasformazione, emerge un senso di disorientamento. Qual è, a suo avviso, il passepartout che favorirà una reale rinascita della Tunisia?
    R - Povertà e democrazia non vanno a braccetto e non possono andare. Una ripresa economica nel senso di una programmazione politica di sviluppo è l’unica strada percorribile per sostenere con realismo un cammino democratico accogliendo ad esempio le esigenze di sostenibilità ambientale e le caratteristiche di un’economia sana che, a sua volta, non può strutturarsi senza rispetto dei diritti umani fondamentali. E’ provato dalla storia che le dittature forgiano economie malate. Più in generale – mi rendo conto che può sembrare retorico – è importante promuovere il dialogo, anche la dialettica accesa perché è solo nella ricchezza della differenza che può crescere una società civile autentica, soprattutto in una terra di frontiera come la Tunisia.

    D – Secondo le parole di Kmar Bendana, docente di Storia contemporanea all’Università La Manouba di Tunisi, da lei interpellata per avere un’ulteriore lettura della situazione tunisina, non si potrà scommettere, per il futuro della Tunisia, sui giovani tunisini, poiché appartenenti ad una generazione priva di una vera e propria cultura politica. Secondo la sua opinione, chi è chiamato allora a guidare la transizione oggi?
    R - Purtroppo la Tunisia deve ancora trovare la sua guida che certamente non può essere un monocolore e non parlo soltanto in termini politici. Questo a chi esce da una dittatura è chiaro e il sistema elettorale complesso – un proporzionale puro con grande resto – mira proprio a garantire l’idea di coalizione. Non ci sono personalità politiche forti né formazioni politiche in grado di farlo: nessuno tra l’altro ha esperienza di governo. Le opposizioni sono cresciute all’estero da rifugiate politiche e quindi non conoscono da vicino il paese di oggi. Anche tra gli intellettuali c’è troppo snobismo, intellettualismo e una propensione internazionale che, se garantisce una visione di ampio respiro, rischia di perdere altresì il contatto con il territorio e la gente. Tra l’altro – fatta eccezione per l’associazionismo femminile, in Tunisia non c’è un’esperienza matura in questo ambito e nell’approccio alla collettività, al di là di una visione romantica che si è fatta strada nella rivoluzione. Se posso individuare due possibilità, mi pare che il vecchio conoscitore della macchina dello Stato, uomo di Habib Bourguiba, Caïd Béji al-Sebsi con il suo ‘terzo polo’ per dirla all’italiana Nida tounis (‘appello della Tunisia’) e il sindacato più forte l’UGTT, Union Générale Travailleurs Tunisiens, siano all’altezza. Quest’estate girava il detto ‘La rivoluzione ci ha uniti, i partiti ci hanno divisi. Ognuno per sé e l’UGTT per tutti’. Ritengo però che siano solo dei traghettatori.

    D – L’immagine del prima e del dopo in Tunisia si scorge dal fermento artistico e letterario. Quanto sussiste ancora la censura e quanto l’autocensura?
    R - In linea di massima la censura almeno in termini di libertà di stampa è stata abolita e la Tunisia può essere orgogliosa di essere il paladino del nuovo corso tra tutti i paesi arabi: la satira e il vignettismo trionfano con molta spudoratezza. Esiste però una censura che ancora resiste nelle arti e nei comportamenti pubblici con molte contraddizioni com’è comprensibile che sia nei momenti di cambiamento e di incertezza. Più lunga a spengersi è l’autocensura perché è frutto della mentalità di una generazione – 23 anni – e della paura che è un sentimento dal quale è difficile liberarsi. Perfino io, nel mio piccolo, me ne sono accorta e ho solo assaggiato la dittatura. Nel mio libro c’è un monito a non dimenticare, neppure quello che si è conquistato perché è troppo facile abituarsi al meglio: gli scontri seppur violenti di questo periodo sono pur sempre una conquista, frutto di uno stato imperfetto ma con il coraggio di lottare. Prima del 14 gennaio 2011 tutto questo era inconcepibile come recentemente mi ha ricordato uno dei personaggi del mio libro, Silvia Finzi, italiana di Tunisi, laica e tra le figure più avverse al partito religioso.

    D - Concludendo, possiamo definire il suo libro, senza timore di smentita, un reportage socio-politico e socio-culturale ma anche un libro di viaggio, una guida che vuole portare “il turista” a diventare un vero “viaggiatore”. Durante questo periodo di transizione quanto sono disposti la Tunisia e i tunisini ad aprirsi a forme di turismo diverse da quelle convenzionali?
    R - La Tunisia è tornata ad amare se stessa e i giovani hanno riconquistato la voglia di conoscere e valorizzare il proprio paese. Questa mi pare una buona premessa. La Tunisia, che soprattutto sotto il passato regime, contava sul turismo come risorsa principale di sostentamento, sa che è importante il turismo ma anche che occorre superare quel modello legato al solo lusso e, di contro, al turismo mass market con formule all inclusive, sbilanciato sulle presenze stagionali, balneari, concentrate nel nord del paese. Costruire il proprio volto democratico significa ridisegnarsi culturalmente e quindi raccontarsi anche in modo diverso. Il rapporto cultura-economia può innescare un circolo virtuoso. In questo senso il ruolo degli intellettuali tunisini può diventare fondamentale ma certamente serve uno sforzo anche dall’esterno che può essere sostenuto solo dalla considerazione che può rappresentare anche per noi, in questo caso per l’Italia, un’occasione interessante per scoprire una civiltà trascurata. Gli accordi internazionali a metà tra cultura ed economia sono lo strumento principale come ad esempio un progetto di cooperazione avviato sul cinema. Al momento l’ostacolo principale è rappresentato dai fondi. Ma si sa che quello che diventa di moda, diviene desiderabile, quindi vendibile. Noi comunicatori dobbiamo fare la nostra parte.

    È presente 1 commento

    Federica ha detto...

    Ieri sera sono stata alla Libreria Popolare di Milano a una conferenza di Ilaria, con cui scambio mail ormai da qualche mese, e sono rimasta affascinata dalla sua preparazione sul tema orientale. Ilaria è una bella persona, colta e disponibile, e leggerò con piacere il suo ultimo libro.

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